06 febbraio 2011

Il discorso del re

Film, Il discorso del re di Tom Hooper, 2010

Divertente, ma convenzionale, gradevole ma a tratti un po' lungo.
Incomincia The Queen di Stephen Frears, e finisce Will Hunting, genio ribelle.
Esempio di film pensato per piacere su entrambe le sponde angolofone dell'Oceano.
E' buffo però vedere tante ossessioni americane proiettate sul popolo inglese.
Come Giorgio VI divenne imperatore degli Stati Uniti.

19 giugno 2010

La rivincita degli emo

Film, Bright star di Jane Campion (2009)

E' passato quasi un anno da quando ho pubblicato in questo blog la mia ultima recensione. Nel frattempo ho continuato a leggere libri, guardare film e avere opinioni, ma ero troppo impegnata sul fronte professionale per avere voglia di scrivere qualcosa. Ultimamente ho deciso però di rimettermi al lavoro e ho pensato di esordire con una recensione dell'ultimo, graziosissimo film di Jane Campion.

La trasposizione cinematografica della storia d'amore tra il poeta John Keats e Fanny Browne si presta idealmente a una serie di banalizzazioni, fortunatamente evitate dalla regista. La prima è quella del didascalismo da film in costume, che la Campion schiva riducendo al minimo gli orpelli della sceneggiatura e degli scenari. L'idillio dei due innamorati si consuma sullo scenario di un'Inghilterra romantica filologicamente corretta, ma ricostruita attraverso il filtro di un'estetica minimalista che permette allo spettatore di concentrarsi unicamente sul vissuto dei protagonisti. Unica concessione al decorativismo è quella dei costumi, importanti tuttavia per l'economia della storia.

La seconda è quella del monumento al grande autore. Per sfuggire allo stereotipo, Jane Campion affida a John Keats la parte del primo amoroso, lasciando ai suoi versi un ruolo ancillare, e affianca al protagonista una figura femminile in grado di porsi su un piano di parità, per forza di carattere e volontà di affermazione artistica. In questo senso trovo molto indovinata l'idea di rappresentare la moda e il cucito come una forma di espressione del talento per nulla secondaria rispetto alla poesia, idea che rovescia alcuni preconcetti sull'oppressione del genio femminile.

Qualcuno ha scritto che Bright star non è un film romantico. Secondo me, al contrario, la pellicola trasuda romanticismo, a partire dalla scelta di fare della spontaneità un elemento portante della struttura. Spontaneo è l'ambiente naturale in cui vivono e agiscono i personaggi, ritratti spesso in un giardino all'inglese, distesi nel prato, nascosti tra gli alberi, nel corso delle quattro stagioni. John, costretto in casa dalla malattia, guarda Fanny dalla finestra come se fosse un fiore cresciuto in giardino. Anche l'azione, più che sobria, si sviluppa con il ritmo delle piante, senza inutili colpi di scena nemmeno in occasione di snodi che consentirebbero toni più melodrammatici. Gli ostacoli che rendono infelice l'amore dei due giovani, la differenza socioeconomica e la malattia del poeta, non incontrano alcuna resistenza da parte dei protagonisti, che accettano la sofferenza come un dato naturale contro il quale è inutile lottare.

Gli attori che incarnano Keats e la Browne sono perfetti. La parte sembra ritagliata apposta su Ben Whishaw, mentre l'attrice ricorda forse un po' troppo Kate Winslet e con le sue forme rotonde fa sembrare il coprotagonista ancora più magro. Meno riuscito mi pare il personaggio dell'amico e protettore di Keats, il cui sentimento appare velato da sfumature omoerotiche prontamente smentite dall'episodio della relazione con la domestica. Il suo accanimento contro Fanny ha qualcosa di artificioso, che ne schiaccia i tratti e rende poco comprensibile la stima di John. Il suo corrispettivo femminile è Toots, l'onnipresente sorellina di Fanny, osservatrice silenziosa e pretesto di tante graziose inquadrature. Il personaggio ha qualcosa di misterioso, come di una personalità schiacciata, e mi ricorda un poco la figlia della protagonista di Lezioni di piano.

Bright star mostra la realtà attraverso gli occhi del primo amore: tutto è bello e pulito, il mondo è un paradiso e la persona amata l'angelo che lo abita. Per trasmettere questo senso di incanto Jane Campion crea immagini esteticamente bellissime e cancella con un colpo di spugna ogni presentimento di disinganno. La fusione tra i due innamorati è ininterrotta e la telecamera evita pudicamente di mostrare gli effetti della tisi sul corpo di un uomo provato da anni di malattia. La morte, così dolorosa, è la benedizione che premia i due amanti, separandoli prima che il tempo forzi loro a scoprire difetti e imperfezioni, e il desiderio a spegnersi.

Il doppiaggio italiano mi è sembrato pessimo. Non avendo letto i dialoghi originali non posso sapere se la colpa sia della sceneggiatura o dei traduttori. Sta di fatto che la dizione sofisticata dei personaggi contrasta vistosamente con la semplicità del contesto, creando un fastidioso senso di maniera. Capisco la volontà di conferire ai dialoghi un certo grado di lirismo, ma non credo che sia per questo necessario mettere in bocca ai protagonisti espressioni assurde nel linguaggio orale come "ne ho memoria" invece di "me lo ricordo" o "battibecchi, battibecchi" invece di "litigi, litigi" o "mi piacciono le burle" invece di "mi piacciono gli scherzi" o "di entrambi voi" invece di "di voi due". Si può essere credibili e al tempo stesso raffinati e letterari senza per forza essere lambiccati e desueti.

Per concludere, una nota sui film romantici. Il film romantico colpisce di solito l'immaginario della ragazza e punta a creare una certa empatia tra l'eroina e la spettatrice. Un tempo questo meccanismo funzionava anche con me e guardando i film ero portata a pensare "come sarebbe bello incontrare un uomo così!" senza preoccuparmi della notevole differenza tra me e l'eroina. Oggi che sono più grande e ho maturato una certa consapevolezza, non penso più "come sarebbe bello incontrare un uomo così" ma "a che mi serve incontrare un uomo così, dato che io non sono una donna così?" (sigh)

22 luglio 2009

Harry Potter e il principe mezzo sangue

Film, Harry Potter e il principe mezzo sangue (Harry Potter and the half blood prince), 2009

Sono andata al cinema aspettandomi di assistere all'ennesimo capitolo della saga di Harry Potter e invece mi hanno rifilato una puntata di Primi Baci travestita da ennesimo capitolo della saga di Harry Potter. I topoi della serie maghetta c'erano tutti: il viaggio in treno, il confronto con il mondo dei babbani, la partita di quiddich, il nuovo professore, il cattivo Draco. Quello che mancava era la storia.

Confesso, mea culpa, di non aver letto i libri della Rowling e nemmeno di aver visto gli ultimi due film, che potrebbe essere uno svantaggio. I primi tre però, visti in una sequenza cronologicamente anarchica, ero riuscita a seguirli come si deve e a trovarli pure abbastanza divertenti. La sceneggiatura infatti si basava allora su un principio tanto venale quanto solido: quello di rendere il prodotto appetibile anche ai non lettori - non appassionati del genere - non disposti a seguire tutti i capitoli della storia. Il regista dell'ultima puntata deve aver pensato invece, con ottimismo o pessimismo, che tutto il suo pubblico sia ormai composto da harrypotteriani sfegatati. Anche nei confronti di questi ultimi, però, credo che la sceneggiatura sia stata poco cortese: li fa aspettare due ore per pochi minuti di eventi interessanti finali. Neanche il più infimo dei call centre tratta così male i clienti.

Si potrebbe dire che l'azione scarseggia nel film perché a livello narrativo c'era bisogno di una pausa di approfondimento sui personaggi, una parentesi necessaria a gettare le basi degli sviluppi futuri della vicenda. Io però, tutto questo scavo psicologico non l'ho visto, a meno che qualche bacetto o qualche muso possano essere definiti uno scavo psicologico. Harry Potter, che dovrebbe essere il protagonista, è ingiustamente trascurato al punto da ridursi a un pallido ricordo di quello che fu, merito anche della non-recitazione dell'attore che lo interpreta.

Quando la mia bisnonna teneva il circolo aggiungeva sempre due o tre fiaschi di acqua alla botte del vino. Mi sembra un'immagine azzeccata per spiegare l'esistenza di questo intermezzo harrypotteriano.

P.S.: a proposito di vini e di liquidi: ma questi giovani maghi non bevono un po' troppi intrugli lisergici?
P.P.S.: qualcuno verrà mai a raccontarci cosa fanno e come vivono i maghetti durante le vacanze, lontani dal mondo incantato di Hogwarts? Potrebbe essere un'idea interessante.

La verità è che non gli piaci abbastanza

Greg Behrendt e Liz Tuccillo, La verità è che non gli piaci abbastanza (He's just not that into you), 2004

Quando la temperatura sale la voglia di leggere libri impegnativi scende. Per questo motivo, dopo un rapido giro alla F.........i, ho scelto La verità è che non gli piaci abbastanza come compagno per un breve viaggio in treno.
Se lo scopo del mio acquisto fosse stato veramente imparare una nuova strategia per affrontare i problemi del rapporto di coppia, avrei potuto risparmiarmi i soldi. La filosofia del libro sta infatti tutta nel titolo: la verità è che non gli piaci abbastanza, è questo il solo motivo per cui le cose tra voi vanno così male. E siccome non c'è niente che tu possa fare per cambiare la situazione, tanto vale che semtterla di perdere tempo ed energia rincorrendo la persona sbagliata. L'uovo di colombo, direte voi. Certo, rispondo io. Ma la lista di giustificazioni contenute del libro ricorda che raramente si ha il coraggio di ammettere una cosa simile.

Il libro evita la monotonia (perché tanto la riposta a tutti i problemi è sempre la stessa: non gli piaci abbastanza) ricamando sul soggetto principale una serie di battute leggere e divertenti, le classiche da libro da spiaggia. Non so se riveli qualcosa di particolarmente profondo rispetto alla psicologia maschile o femminile (mi pare anzi che quello che dice degli uomini si potrebbe applicare tranquillamente anche alle donne), ma almeno riporta un po' di semplicità nel complicato inferno barocco del corteggiamento.

C'è anche qualcosa di più. Il libro sembra una reazione alla trasformazione dei ruoli di genere avvenuta negli ultimi decenni. Ossia: va bene la parità di diritti e di occasioni lavorative, ma quando si tratta di amore le donne devono recitare la loro parte e gli uomini pure. Spesso e volentieri viene tirata in causa quella stessa "natura umana" su cui ha tanto filosofeggiato anche Steven Pinker in Tabula rasa (per cui vedi relativa recensione, se l'ho scritta) per sostenere che una coppia felice è una coppia all'antica. Secondo Berhendt e la Tuccillo il corteggiamento va da sé quando la donna lascia all'uomo tutto il lavoro sporco e l'uomo è ben lieto di svolgerlo: negli altri casi significa che c'è qualcosa che non va e l'unica cosa che deve limitarsi a fare la ragazza è... tagliare la corda.

09 giugno 2009

Camino

Film, Camino di Javier Fesser, 2009

Un film che difficilmente potrete vedere nelle sale italiane, ma di enorme successo in Spagna. La vicenda è una rilettura in chiave secolare della vita di Alexia Gonzalez Bargos, una bambina spagnola morta a quattordici anni di tumore alla colonna vertebrale, per cui è stato avviato un processo di beatificazione.

Camino ha undici anni e vive con la mamma, seguace dell'Opus Dei, e con il papà, mentre l'amata sorella Nuria si trova a Pamplona, numeraria in una casa dell'Opera. La sua esistenza di normale scolaretta si interrompe quando le viene diagnosticato un tumore alla schiena, che la costringe a sottoporsi a una serie di dolorosi interventi e riabilitazioni. La mamma, manipolata dai sacerdoti dell'Opus che vorrebbero sfruttare la malattia della bimba per guadagnare una santa all'organizzazione, persuade la figlia a considerare l'infermità come un dono di Dio. Camino parla continuamente del proprio amore per Gesù, che però non è l'uomo raffigurato sui santini che le portano in ospedale, bensì il figlio della pasticcera (Jesus nell'originale) di cui si è innamorata.

Prima di elencare i problemi di questa pellicola, è necessario ammettere che Camino mostra alcuni sprazzi di originalità putroppo non adeguatamente sfruttati: creare un contrasto tra la crudezza delle immagini degli interventi chirurgici e le scene favolose dei sogni della protagonista è un'idea interessante. A differenza poi della maggior parte dei film italiani, Camino si propone di raccontare una storia curandosi di non annoiare lo spettatore. Peccato poi che i risultati non siano esteticamente migliori di quelli raggiunti da un film per la televisione statunitense.

La campagna pubblicitaria insisteva molto sul carattere ideologico della pellicola, presentata come un coraggioso atto di accusa contro l'Opus Dei. La storia di base poteva offrire, volendo, il materiale per farlo. Ma guardando il film si ha l'impressione che la critica all'organizzazione di Padre Escrivà sia un elemento pleonastico del film, aggiunto solo allo scopo di attirare spettatori e di creare l'impressione del cinema impegnato e controcorrente. L'effetto paradossale è che l'Opus Dei, presa di mira in maniera ingiustificata, feroce e pretestuosa, ne esca meglio di quanto i produttori si augurerebbero. Il problema è che, concretamente, il fatto che la mamma di Camino sia opusdeista e che spinga la figlia a interpretare la sua malattia come un dono del Signore non cambia nulla nel destino della piccola. Per raggiungere l'obiettivo gli autori sono costretti a delle forzature: dare della madre una caratterizzazione implausibile (evidente quando il papà scopre che la donna aveva nascosto le lettere del fidanzato della figlia maggiore per eliminare ogni ostacolo affettivo all'ingresso della ragazza tra le numerarie), inserire elementi documentari sulla vita tra i membri dell'opera che non aggiungono nulla alla vicenda, creare un falso storico come quello dell'esistenza del piccolo Jesus. Fessier accusa la madre di aver manipolato per fanatismo e ambizione la propria bambina, che però non sembra soffrire troppo del trattamento. Che poi Dio non esista e Camino pensasse più al fidanzatino che a Gesù Cristo fa lo stesso, quando si tratta di dover affrontare quattro operazioni, la paralisi, la cecità e infine la morte.

Il vero obiettivo polemico del film non sono perciò le illusioni che aiutano ad affrontare le difficoltà (arbitrariamente giusti i sogni d'amore della bamina e sbagliati quelli di perfezione spirituale della madre), ma la sofferenza e la morte contro cui alla fine non c'è molto da fare. Camino si riduce così alla storia patetica di una bambina costretta a morire in età precocissima, trama che funziona sempre specialmente quando la protagonista è bellissima e dotata di tante virtù morali. Il regista ci mette anche del suo accumulando sadisticamente tragedie su tragedie: la mamma incapace di comprendere la figlia, il fratellino morto nella culla, il papà tenero che finisce spiaccicato da un camion (come per confermare il vecchio proverbio per cui sono sempre i migliori quelli che se ne vanno), la sorella maggiore impossibilitata dall'avida zia a recarsi al cappezzale della minore etc. etc. Altro che criticare l'opus dei: Javier Fesser vuole spremere di lacrime il vostro corpo! E ci prova con tutti i mezzi più ruffiani, tra cui il solito trucco dei trenta minuti di pianto rimbalzante dalla mamma alla sorella ai medici al prete alle compagne di scuola. Impagabile la scena finale con la bara bianca di Camino esibita alle bambine della sua classe elementare. Tra un pochino comincio a piangere anch'io

18 maggio 2009

L'esorcismo di Emily Rose

Film, The exorcism of Emily Rose, di Scott Derrickson, 2005

Come partire da ingredienti buoni e realizzare una torta pessima. The exorcism of Emily Rose è l'ennesimo film ispirato alla triste vicenda di Anneliese Michel, una ragazza tedesca affetta da psicosi e morta nel corso di un esorcismo verso la fine degli anni Settanta.

Il primo film tratto dalla sua storia è stato il celebre Esorcista, che traeva spunto dalla vicenda reale solo per ricavare alcune situazioni di base come l'idea di una ragazza posseduta dal demonio in un contesto contemporaneo. Il pregio dell'Esorcista era quello di non cercare di offrire allo spettatore più di quanto fosse in grado di dare. Certo, il regista pagava il dovuto tributo alla necessità di creare una trama proponendo qualche divagazione sul tema del male nel mondo e mettendo sullo stesso palco personaggi forti quali la bambina indemoniata, il prete saggio e quello in crisi spirituale. Dopodiché si partiva a ruota libera con gli effetti speciali, il vero nocciolo del film e forse anche la sua debolezza. In ogni caso, lo spettatore andava al cinema aspettandosi di vedere una bella carrellata di efferatezze, e poteva uscire soddisfatto.

L'Esorcista sceglieva consapevolmente di sfruttare una sola delle tante potenzialità insite nella vicenda di Anneliese, per cui non stupisce che qualcuno abbia pensato che ci sia ancora molto materiale da trarre da quella storia. Peccato che l'idea non sia venuta a un regista più talentuoso e profondo di Derrickson, il quale ha tentato sì di richiamare nella pellicola qualche nuovo elemento, ma senza andare al di là di un discorso ruffianello che cerca di accontentare tutti ma finisce poi per non piacere a nessuno.

Lasciamo stare la banalità delle scelte di sceneggiatura: sembra di essere di fronte al primo esempio di un manuale di scrittura creativa. Basta guardare alle prime scene per notare il modo maldestro con cui viene impostato il personaggio dell'avvocatessa, ennesimo clone di Clarice Starling. Ma insomma. Come l'asino di Buridano il film muore presto malato di indecisione, incapace di scegliere a quale genere appartenere. Il tema dell'esorcismo si presta a una declinazione in salsa horror, che saprebbe di già visto ma non ci starebbe troppo male. Come inserire però il discorso sul significato morale della vicenda? Derrickson si affida al modello collaudato (e a livello di produzione risparmioso) del legal-thriller, costringendo lo spettatore a seguire una banalissima serie di udienze giudiziarie mentre vorrebbe vedere con i propri occhi che cosa è accaduto alla povera Emily. In poche parole, una noia mortale.

Temi decisivi come lo scontro tra fede e ragione, tra medicina tradizionale e medicina moderna, tra psicosi e misticismo, o sul perché del male che affligge gli innocenti, vengono colpevolmente tralasciati per creare un racconto che, come ha giustamente notato la mia coinquilina, è una perfetta espressione di certi valori propagandati dall'amministrazione Bush. L'Esorcismo di Emily Rose è un film colpevole per l'immagine idiota che dà della scienza (indignazione nei confronti del personaggio dell'antropologa) ma è altrettanto colpevole nei confronti della religione che vorrebbe sostenere. Voglio dire: l'Esorcismo non funziona perché cancella con un tratto di penna un elemento fondamentale tanto per un film de paura quanto per un film religioso come quello del mistero. Dalla prima inquadratura il film non lascia alcun dubbio: Emily non è una malata mentale, ma è posseduta dal demonio, e il padre Murray è veramente un sant'uomo intenzionato ad aiutarla. Il male sta da una parte e il bene dall'altra, senza mezzi termini. Derrickson, potevi almeno lasciarci uno spazio di riflessione sui motivi della possessione di Emily? E invece no, ecco la Madonna che, come un deus ex machina d'altri tempi, interviene per spiegare come mai la fanciulla deve soffrire così tanto.

L'Esorcismo di Emily Rose è un film tagliato con l'accetta, l'unico elemento veramente horror della pellicola.

03 maggio 2009

The Millionaire

Film, The millionaire (Slumdog millionaire), di Danny Boyle, 2008

Una puntata della versione indiana del celebre format Chi vuol esser miliardario è il filo conduttore che permette di raccontare via flashback la straordinaria vita di Jamal, ragazzino povero e sfortunato ma puro di cuore. Non c'è miglior scuola della strada, diceva quello, e il giovane Jamal riesce, grazie alla sua vita eccezionale, a rispondere a tutte le domande che gli pone una bruttissima copia del buon Amitabh Bachchan, attore che nella realtà conduce il Millionaire indiano, ma troppo caro per la produzione e forse poco disponibile a recitare nel ruolo del bastardone.

L'idea simpatica della cornice si perde in una serie di pseudo intenzioni inconcludenti. Cosa vuole raccontare veramente Danny Boyle? Uno spaccato degli ultimi vent'anni della storia dell'India? Decisamente no, visto che l'unico accenno a un evento reale è quello del pogrom nel quale resta vittima la mamma di Jamal, trattato però come un incidente qualsiasi. Raccontare la condizione dei bambini di strada indiani? Nemmeno, dal momento che la rappresentazione di questo gruppo umano rasenta il realismo di un racconto di Collodi; e poi c'era già riuscita molto ma molto ma molto meglio Mira Nair con Salaam Bombay. Creare una metafora degli sforzi con cui i giovani indiani stanno facendo crescere il loro Paese? Acqua acqua, visto che Jamal, a differenza della maggior parte dei suoi coetanei, non raggiunge il successo grazie ai suoi sforzi e alla sua tenacia, ma solo per una botta di c..o.

L'unica risposta che sono riuscita a darmi è: Danny Boyle ha voluto raccontare una favola alla Dickens, piena di eventi implausibili e di personaggi tagliati con l'accetta. La semplicità con cui la trama è costruita si riassume in questa scena: mentre il piccolo Jamal guida una coppia di americani dentro al Taj Mahal (che si pronuncia "mehaal", mi raccomando) alcuni monelli smontano l'auto dei turisti. Le proteste di Jamal, innocentissimo come sempre, non servono a nulla e il chaukidar di turno gliele dà di santa ragione. "E' questo il modo di procedere in India" spiega uno dei personaggi. Al che la turista americana, fermando il poliziotto, grida: "Basta basta!", e poi, facendo scivolare delle belle banconote nella mano del bambino, dice:"E questo è il modo di procedere in America". Premio oscar alla più vieta rappresentazione degli stereotipi nazionali.

L'India è scelta come sfondo di questa storia solo per giustificare la saturazione dei colori della pellicola e perché lo spettatore occidentale si renda meno conto che la vicenda di David Copperfield, ai giorni nostri, non ha più molto senso. Da quando ha lasciato andare per la loro strada i tossici di Trainspotting Danny Boyle si è segnalato quasi solo per pellicole ruffianelle e facilone. Ma come ha fatto a vincere tanti oscar???

Agli altri spettatori delusi raccomando, se non lo avessero già fatto, di guardarsi Rang de basanti.

Giorni giapponesi

Angela Staude, Giorni Giapponesi, 1994

La Staude, nota per essere stata la moglie di Tiziano Terzani, presenta al lettore occidentale un adattamento del diario da lei tenuto durante i cinque anni trascorsi con la famiglia in Giappone. Per certi aspetti il tempo ha sconfessato alcune delle previsioni fatte dalla giornalista a proposito dell'espansionismo capitalista del Paese: dopo la crisi economica di qualche anno fa, il Giappone fa molto meno paura. Per altri invece, come gli stili di vita, il sistema scolastico, le mode giovanili, la passione per le forme dell'occidente e la rincorsa delle destre nazionaliste il libro rimane ancora valido. Il ritratto che ne esce fuori è tutt'altro che compiacente. Si capisce infatti che la Staude ha odiato il soggiorno in Giappone e che per tutto il tempo non ha fatto altro che rimpiangere l'Europa e la Cina da cui proveniva. Viene naturale domandarsi perché la giornalista decida di raccontare la propria esperienza dal momento che è stata così negativa e le risposte sono due: perché nessuno osa mai criticare il Giappone e perché il modello di sviluppo estremoasiatico preannuncia quello che sarà il nostro futuro. Ipotesi catastrofista, quest'ultima, che non tiene conto dei fattori storico-antropologici che stanno alla base dell'evoluzione delle strutture socio-economiche.

Ragioni biografiche possono spiegare i motivi di un impatto così pesante: i Terzani erano appena stati espulsi dalla Cina comunista dove si erano volontariamente trasferiti alcuni anni prima. Il Giappone, dove sono stati costretti a trasferirsi, non solo non suscitava in loro alcun interesse, ma dal punto di vista ideologico era completamente all'opposto delle loro più care convinzioni. Il velo dell'ideologia cala perciò sulla visione della Staude e colora di grigio tutto ciò che vede. Giorni giapponesi descrive cose realmente esistenti, ma dandone sempre un'interpretazione triste e negativa, con una tendenza abbastanza tranchante al giudizio su una cultura molto diversa dalla nostra. Impressioni soggettive vengono presentate quasi come dati di fatto, mancano osservazioni sugli aspetti positivi del paese, che sono moltissimi, e l'impressione finale è quella di un accanimento ingiustificato contro un popolo le cui uniche colpe sembrano essere quelle di possedere una visione delle cose differente dalla nostra e quella di aver preferito il benessere alla povertà. Il Giappone è ben lontano dall'essere un paradiso, ma è pure troppo facile rimproverare a un paese asiatico il fatto di non corrispondere alla rassicurante immagine da cartolina che ce ne siamo fatti durante gli anni del colonialismo.

Nel complesso, Giorni giapponesi è più interessante per capire la mentalità, le paure, i valori e anche i limiti di un'intellettuale europea cresciuta negli anni Sessanta e Settanta che per capire qualcosa del Giappone.

29 aprile 2009

La terra degli uomini rossi

Film, La terra degli uomini rossi (Birdwatchersi), di Mario Bechis, 2008

Un gruppo di guaranì rinchiuso in una riserva della Foresta Amazzonica decide di occupare le terre da cui sono stati cacciati come reazione all'ennesimo suicidio di giovani della comunità. Invece della foresta trovano una distesa di campi coltivati e un piccolo bosco dove non si trova più selvaggina, ma decidono ugualmente di resistere, guidati dal carisma del capo Nadio. Si accampano accanto all'autostrada e rifiutano ogni lavoro che i bianchi vengono ad offrirgli. Il film racconta le diverse fasi della guerra di posizione tra i guaranì e i fazenderos, tra magia e tecnologia, antiche consuetudini e il richiamo della modernità.
Una parte del film è di carattere documentaristico e tende a descrivere la situazione precaria degli indios emarginati dalla società brasiliana e incapaci di trovare un proprio spazio. I guaranì non sono vittime dell'azione dei bianchi, ma protagonisti di una guerra che mette a repentaglio la loro stessa identità. Nadio, Mami, Tito, Osvaldo e Ireneu, i personaggi su cui si concentra l'attenzione del regista, cercano di conservare la propria indipendenza, ma non sono insensibili alle attrattive dell'occidente. Quando le piccole frustrazioni della vita li colpiscono subito guardano alla vita dei bianchi per trovare conforto, restando invischiati in una pericolosa trappola. Il limite del film sta forse nell'eccessivo schematismo della sceneggiatura: ogni personaggio è infatti la variante di un unico copione che si ripete continuamente (debolezza per l'occidente - frustrazione di ambizioni personali - rovina per il singolo e per il gruppo).
La pellicola non può essere ridotta però a una semplice descrizione antropologica. Due aspetti emergono abbastanza chiaramente: quello epico e quello teorico. Nella scelta di Nadio di riconquistare le proprie terre si può leggere lo sforzo eroico di un uomo e di un gruppo che si ribellano contro un destino ormai ineluttabile. Il capo villaggio e lo sciamano si aggrappano alle loro radici per combattere con le loro (piccole?) forze una realtà enorme. Bechis non vuole parlare però di sconfitta, ma lasciare uno spazio di indecidibilità. Il volto dello sciamano è per un secondo illuminato dal faro di un camion mentre confida all'apprendista Osvaldo che le sue preghiere possono uccidere.
Il senso teorico del film è offerto dalla scena iniziale, con i membri della tribù spinti per denaro a essere più reali del reale, in modo da soddisfare le aspettative dei birdwatchers in visita. Che cos'è lo spirito cattivo di cui Osvaldo avverte la presenza se non quella stessa telecamera a mano che lo segue sempre e alla quale parlerà direttamente nell'ultima scena del film? E questo per ricordare allo spettatore che quello che vede non è realtà, ma cinema, e che i suoi attori non professionisti sono pur sempre attori. I birdwatchers siamo noi spettatori.